giovedì 10 marzo 2011

Latino - Giovenale


“Giovenale”

Poche notizie si hanno sulla vita di Giovenale. Egli sarebbe nato ad Aquino, nel Lazio, tra il 50 ed il 60 d.c.. Visse nell'epoca di Traiano e fu amico di Marziale. Marziale ci parla di Giovenale in un suo epigramma, da cui capiamo che questi è costretto a lavorare duramente per mantenersi. Anche grazie a questo riferimento letterario, possiamo affermare che, fino a 40 anni, Giovenale lavorasse, e pensiamo che, vista la sua abilità nell’arte del parlare, facesse l'avvocato. Egli, infatti, iniziò a scrivere solo in tarda età.

Centrale, nel suo pensiero è la critica della distanza tra la letteratura dell'epoca, che si dilettava con trite legende mitologiche, e la realtà, corrotta, viziosa e malsana in cui essa si colloca. Egli è indignato da tale approccio, e ciò emerge chiaramente nelle sue Satire, soprattutto nell'età giovanile. Le Satire sono dei componimenti letterari e poetici dal carattere moralistico e ironico, che mescolano poesia e prosa, e trattano di argomenti di principio, mentre gli epigrammi, più brevi e pungenti, hanno il medesimo carattere moralistico ed ironico, ma vengono, solitamente, scritti in relazione ad avvenimenti specifici.

Scrive 16 Satire, suddivise in 5 libri. Le prime 7 sono di contenuto aggressivo e moraleggiante, rappresentano lo spirito più “puro” dell’indignatio di Giovenale.
·         Nella I satira lui esprime il proprio pensiero, quando, come Lucilio, Persio e Marziale si scaglia contro la letteratura del suo tempo, imbevuta di mitologia e volta solo ad intrattenere il lettore, senza nessun insegnamento.
·         La VI satira è una critica fortissima, che l’autore fa ad un suo amico in procinto di sposarsi, rivolta a tutte le donne, e rappresenta, quindi, uno dei testi più misogeni della storia della letteratura latina. Importante è qui il riferimento a Messalina, madre dell’imperatore Claudio, definita Meretrix Augusta (imperial meretrice)
·         La VII satira parla delle professioni liberali mal retribuite, che impongo a chi le esercita di vivere in ristrettezza economica.

Il secondo Giovenale torna alla tradizione diatribica (del dibattito tra pensieri diversi), che trattava tematiche moraleggianti ma in maniera pacata. Egli rinuncia al pessimismo integrale. Il tema predominante diviene quello della virtù. Gli unici veri beni di ciascuno sono i beni interiori. Prende in giro, in queste satire, gli sciocchi e gli illusi. All'indignazione forte delle prime satire sostituisce l'ironia.
·         L'VIII satira esalta la virtù; Giovenale spiega la virtù, definendo l’empietà. Egli considera "somma empietà preferire la vita all'onore e perdere le ragioni di vivere per amore della vita".
·         L'XI satira è sul giusto mezzo (metriotes) e si ricollega ad Orazio.
·         La XII satira è sui "Cacciatori di eredità", tema già trattato da Petronio nel Satyricon.
·         La XIV satira è sul "rapporto tra genitori e figli": al fanciullo si deve il massimo rispetto, tema già trattato da Quintiliano nella "Institutio Oratoria".

Lo stile letterario di Giovenale rispecchia in pieno le tendenze che imperversavano nell'età imperiale. Avendo in mano gli strumenti della retorica, egli deforma in maniera espressionistica la realtà, innalza costantemente il tono e rifiuta il linguaggio quotidiano. Si serve del linguaggio tragico, epico ed oratorio. Ha uno stile elaborato. Prende da Seneca l'uso delle Sententiae. Il suo lessico è pieno di temi colloquiali, volgarismi e grecismi, termini infantili e termini colti. Egli passa come Dante dal un registro linguistico all'altro e viene definito plurilinguista.


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