“Giovenale”
Poche notizie si hanno sulla vita di Giovenale. Egli sarebbe nato ad
Aquino, nel Lazio, tra il 50 ed il 60 d.c.. Visse nell'epoca di Traiano e fu
amico di Marziale. Marziale ci parla di Giovenale in un suo epigramma, da cui
capiamo che questi è costretto a lavorare duramente per mantenersi. Anche
grazie a questo riferimento letterario, possiamo affermare che, fino a 40 anni,
Giovenale lavorasse, e pensiamo che, vista la sua abilità nell’arte del
parlare, facesse l'avvocato. Egli, infatti, iniziò a scrivere solo in tarda
età.
Centrale, nel suo pensiero è la critica della distanza tra la letteratura dell'epoca,
che si dilettava con trite legende mitologiche, e la realtà, corrotta, viziosa
e malsana in cui essa si colloca. Egli è indignato da tale approccio, e ciò
emerge chiaramente nelle sue Satire, soprattutto nell'età giovanile. Le Satire
sono dei componimenti letterari e poetici dal carattere moralistico e ironico, che
mescolano poesia e prosa, e trattano di argomenti di principio, mentre gli
epigrammi, più brevi e pungenti, hanno il medesimo carattere moralistico ed
ironico, ma vengono, solitamente, scritti in relazione ad avvenimenti
specifici.
Scrive 16 Satire,
suddivise in 5 libri. Le prime 7 sono di contenuto aggressivo e moraleggiante, rappresentano
lo spirito più “puro” dell’indignatio
di Giovenale.
·
Nella
I satira lui esprime il proprio pensiero, quando, come Lucilio, Persio e
Marziale si scaglia contro la letteratura del suo tempo, imbevuta di mitologia
e volta solo ad intrattenere il lettore, senza nessun insegnamento.
·
La
VI satira è una critica fortissima, che l’autore fa ad un suo amico in procinto
di sposarsi, rivolta a tutte le donne, e rappresenta, quindi, uno dei testi più
misogeni della storia della letteratura latina. Importante è qui il riferimento
a Messalina, madre dell’imperatore Claudio, definita Meretrix Augusta (imperial
meretrice)
·
La
VII satira parla delle professioni liberali mal retribuite, che impongo a chi
le esercita di vivere in ristrettezza economica.
Il secondo Giovenale torna alla tradizione
diatribica (del dibattito tra pensieri diversi), che trattava tematiche moraleggianti
ma in maniera pacata. Egli rinuncia al pessimismo integrale. Il tema
predominante diviene quello della virtù. Gli unici veri beni di ciascuno sono i
beni interiori. Prende in giro, in queste satire, gli sciocchi e gli illusi.
All'indignazione forte delle prime satire sostituisce l'ironia.
·
L'VIII
satira esalta la virtù; Giovenale spiega la virtù, definendo l’empietà. Egli considera
"somma empietà preferire la vita all'onore e perdere le ragioni di vivere
per amore della vita".
·
L'XI
satira è sul giusto mezzo (metriotes) e si ricollega ad Orazio.
·
La
XII satira è sui "Cacciatori di eredità", tema già trattato da
Petronio nel Satyricon.
·
La
XIV satira è sul "rapporto tra genitori e figli": al fanciullo si
deve il massimo rispetto, tema già trattato da Quintiliano nella
"Institutio Oratoria".
Lo stile
letterario di Giovenale rispecchia in pieno le tendenze che imperversavano
nell'età imperiale. Avendo in mano gli strumenti della retorica, egli deforma
in maniera espressionistica la realtà, innalza costantemente il tono e rifiuta
il linguaggio quotidiano. Si serve del linguaggio tragico, epico ed oratorio.
Ha uno stile elaborato. Prende da Seneca l'uso delle Sententiae. Il suo lessico
è pieno di temi colloquiali, volgarismi e grecismi, termini infantili e termini
colti. Egli passa come Dante dal un registro linguistico all'altro e viene
definito plurilinguista.
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